lunedì 16 agosto 2010

Professione Calcio Web Channel



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Intervista "I Ministri"


I Ministri, rock band milanese che riesce a piacere a gente di destra come a quella di sinistra, ad accontentare il pubblico indie e a fare dell’hard rock la propria ragione di vita, è pronta ad intraprendere il suo tour estivo lungo tutto lo stivale. I tre ragazzi con le giubbe napoleoniche riescono, tramite il sudore e l’energia tipica di un power trio, a veicolare temi d’attualità invitando l’ascoltatore a continue riflessioni sullo stato della società italiana. Gli arrangiamenti scarni ed i tesi duri e diretti sono il loro distintivo marchio di fabbrica. Il loro successo non è un compromesso tra melodia e contenuto, ma è il frutto della loro unicità e nell’aver saputo stupire tutti con quell’euro posto all’interno di ogni cd venduto nel 2006. I Ministri sono cresciuti, sono in una major, ma il loro marchio è lì, fermo, ben riconoscibile. Pronto per farsi apprezzare da gente che ha ancora voglia di ragionare. Come ci spiega bene il chitarrista e autore della band, Fede Dragona.

Sudore rock e problematiche sociali sembrano essere il vostro biglietto da visita…Si, alla fine è un connubio che ci contraddistingue anche se tengo a precisare che non è stata mai una scelta fatta a tavolino. Le nostre liriche sono figlie di scontri e situazioni reali con cui ci troviamo a che fare ogni giorno. Parecchie cose nascono semplicemente nell’osservare i conflitti che ci sono nella nostra periferia milanese. Spostando tutto indietro verso l’odio si trova un campo molto fertile nelle pance della gente.

Ne “I soldi sono finiti” del 2006 avete messo un euro dentro ogni copia per dare un segnale forte sulla crisi discografica. Secondo te perché le persone preferiscono spendere 15 euro per una pizza e non per un disco?

Io mi ricordo che uno dei primi dischi che ho comprato l’ho pagato 33 mila lire. I prezzi non sono aumentati. È una grande balla dire che costano tantissimo. Costano molto se relazionati al fatto che li può trovare gratis. Mi sto accorgendo che se hai attorno un intero mondo che ti distrugge pian piano il valore di qualcosa, inizio anche io, da musicista che sono, a trattare male gli album che ho a casa. Avere in tasca 20 Gb di musica, poi, non fa altro che abbassare il livello di attenzione sulla proposta artistica. Noi come band stiamo cercando di avere un pubblico che, per qualche strano motivo, ci considera un po’ fuori dal tempo.

Nei vostri live sprigionate tutta la vostra energia. È stato difficile in Italia trovare spazio o esiste, comunque, una certa fetta di pubblico che se ne frega di tutto ciò che è commerciale?
Questa è stata una sorpresa anche per noi. I prima ad adottarci sono stati quelli della scena indie, ma noi, tecnicamente, abbiamo sempre fatto hard rock. Io penso che la risposta si possa trovare nella cura maniacale con la quale facciamo nascere i nostri pezzi. Ogni canzoni è un parto. Questa è la nostra arma vincente. Fare anche la cosa più inutile in una maniera incredibilmente appassionata e professionale.

Ho visto che nei live avete un quarto componente che vi aiuta con le tastiere. Ma perché non avete pensato ad ingaggiare il Ministro dell’Interno Roberto Maroni con il suo hammond?
Porca puttana (questo vedete voi se inserirlo o meno o come metterlo) a questo non ci avevo pensato. Sarebbe stato perfetto, oltre al fatto comico di avere sul palco uno che si chiama Maroni. Penso sia davvero il massimo. Anche Formigoni, nelle recenti elezioni regionali, ha fatto tutto un sistema di sms di classici del pop cantati da lui. (risata generale)

Data la vostra vena rock alternativa, sarà possibile, un giorno, vedervi sul palco di San Remo?
Eh...mmm…mah…noi siamo ragazzi che comunque seguono San Remo e abbiamo avuto modo di vedere Cristicchi salire sul palco vestito come noi. Ma lasciamo stare questo. Non escludiamo a priori la possibilità di salirci un giorno ma, qualora lo dovessimo fare, sarà per sconvolgere la questione. Se non sei sicuro di fare ciò, sia a livello di canzone che di impatto, forse è meglio non andarci. La cosa che proprio non sopporto è il meccanismo unto, fatto di saluti, di scale, di donne con il vestito e non tanto di scontrarci con Toto Cotugno. Comunque, il Festival, non si può certo ignorare. Stiamo parlando di San Remo: di un mostro, di un mostro biblico, dell’impero del male. Dico questo perché la metà della discografia italiana gira intorno a questo e noi sentiamo la cosa direttamente sulla nostra pelle.

Data l’importanza dei testi, esiste nel vostro rock una matrice cantautoriale tipica degli anni ’60?
I nostri riferimenti italiani sono esclusivamente i cantautori mentre per quanto riguarda il sound osserviamo con più attenzione i progetti stranieri. Battiato, Dalla e De Andrè sono dei grossi punti di riferimento. Anche perché penso che la musica italiana sia veramente invincibile dal punto di vista della produzione cantautoriale. Nel mondo, in questo genere, ce la possiamo battere con chiunque.


I Ministri che si siedono in Parlamento, come il tastierista Maroni, se la passano molto bene. E voi che vivete di musica?
Noi, tra gli occidentali della nostra città, siamo quelli che hanno scelto di fare il mestiere più insensato a Milano. Magari da fuori può sembrare un pochettino diverso, ma fare il musicista oggi rimane un vago fascino su qualcuno che probabilmente ha i genitori un po’ anni ’60. Per il resto voliamo davvero basso come stile di vita.


Non pensate che alla lunga il fatto di avere testi “politicizzati” diventi una specie di gabbia, una limitazione della vostra arte?
Quasi tutti i pezzi, in realtà, nascono in forma intimista. Secondo me è con l’arrangiamento della band, con la verve tipica dei Ministri, che i testi assumono una valenza politica. La nostra però non è mai una lettura politica di parte ma dà più un’idea di azione. Questo è testimoniato da fans che vengono sia dalla sinistra estrema che dalla Lega fino ad arrivare, addirittura, a componenti di Casa Pound. Infatti, nel nuovo album, ci saranno pezzi che avranno un salto di politica diversa, una normale evoluzione del nostro stile.

Per concludere in bellezza lascia un messaggio ai lettori di What’s Up in stile Sanremese
A dispetto di ciò che si pensa, Sanremo è un posto parecchio sincero.
Con tutti i fiori che ci sono, solo un idiota si stupirebbe nel trovarci sotto i cadaveri.

Riccardo Angelo Colabattista
Pubblicato su What's up

Intervista finalisti San Remo Lab 2010


SanremoLab, il concorso aperto a tutti gli artisti, di età compresa tra i 16 e i 36 anni, che permette a due degli otto vincitori di partecipare al Festival più importante della musica italiana nella categoria dei “Giovani”. Proprio da questa porta è passata Arisa, la vincitrice dello scorso Sanremo giovani, e quest’anno presente nella lista dei Big. Negli otto vincitori del concorso sanremese solo due potranno salire sul palco dell’Ariston e realizzare un sogno presente fin da bambini. Tra chi ci ha provato e riprovato più volte e chi ancora non ha mentalmente realizzato cosa gli è realmente accaduto, abbiamo ascoltato tutti quanti, per capire quali sono state le sensazioni più belle, cosa hanno appreso nella scuola della città dei fiori e quale sarà la strada da percorrere nel prossimo futuro, tra difficoltà ed ambizione. Romeus e Jacopo Ratini sono i due selezionati dalla Commissione Artistica Rai per partecipare al Festival. Mentre il primo è pronto a polemizzare contro la partecipazione del Principe Emanuele Filiberto, l’altro si trova ancora spaesato, continua a lavorare sulle sue canzoni, a prescindere da tutto.


Romeus

Tu vieni dal Salento. Che tipo di connessioni trovi tra due generi così diversi come il tuo rock e la taranta, musica tipica della tua zona?
Secondo me è l’emotività a rendere questi due generi vicini. Anche la pizzica è una musica che si suona senza tecnica e con solo due accordi, ma dentro questi semplici accordi c’è tutta la passione di un mondo.
Si legge nella tua biografia che hai un rapporto emotivo con la musica. Cosa significa?
Nella maggior parte delle canzoni parlo delle mie esperienze dirette, che può essere una storia d’amore o un avvenimento che mi ha colpito particolarmente. Tutto ciò che mi accade lo trasferisco subito in musica. La gente che ascolta le mie canzoni è come se mi leggesse dentro.
Il brano che presenterai a San Remo è stato scritto insieme a Tricarico, raccontaci com’è stato lavorare con lui.
Il tutto è nato dalla necessità di rendere il testo della canzone il più diretto possibile, e in questo lui è un maestro. Con parole semplici riesce ad esprimere concetti importanti e profondi. In un solo pomeriggio abbiamo riscritto il testo. C’è stata piena armonia.
Per la tua esibizione sul palco dell’Ariston, hai già pensato a qualcosa di provocatorio?
Ancora è tutto in fase embrionale, ma sicuramente ho in mente di dire qualcosa sulla partecipazione al Festival da parte del Principe Emanuele Filiberto.

Jacopo Ratini

Prendendo spunto da una tua canzone. Secondo te ci sarebbe bisogno di una raccolta differenziata anche nel mondo della musica?
Io penso che la raccolta differenziata nella musica esista già ed è fatta in modo naturale. Tutto dipende dai gusti musicali delle persone. Personalmente io non butterei mai la musica di qualità, come i Beatles, Lucio Battisti e Rino Gaetano, mentre butterei sicuramente tutto ciò che è musica fatta appositamente ed esclusivamente per il business.
Il tuo prossimo Ep si chiama “Ora che va di moda autoprodursi”, secondo te è veramente una moda o è diventata una necessità?
Un po’ tutti e due. Io sono stato sempre abituato a ragionare da solo e quindi ad autoprodurmi. Adesso che mi si sono accessi i riflettori sanremesi e parecchie produzioni si sono fatte avanti mi trovo in difficoltà a dover ragionare come prodotto di una etichetta.
Quel è il segreto per andare avanti in un mondo così in difficoltà come quello musicale?
Quello che sto provando a fare in questo periodo è cercare di lavorare a prescindere da Facebook e da Myspace. Mi sto concentrando sulle canzoni, sulla mia proposta musicale, che sia una proposta valida, accattivante e originale.
Come ci si sente a dover cantare sul palco di San Remo dopo aver suonato tra sedie e tavolini dei locali romani?
Questo è il coronamento di un sogno. Non saprei come rispondere, perché sono ancora in una fase di confusione e spaesamento. Ancora non ho realizzato bene. Credo che realizzerò il tutto solo quando sarò li, cinque minuti prima di entrare sul palco.



Davide Fasulo

“Se fossi andato a San Remo avrei portato il mio pezzo “La categoria degli stronzi”. È il brano presentato all’Accadamia di SanremoLab. Forse avrei avuto dei problemi riguardo al titolo, perché alla Rai comunque non puoi dire parole un po’ sconce come quella contenuta nella mia canzone, anche se la parola “stronzo” ormai è entrata nel vocabolario dell’italiano come la parola casa, cane o famiglia”.

Divario

“Vivere l’esperienza di SanremoLab come band è stato come trascorrere una bella vacanza tra amici. Eravamo consapevoli che il nostro rock non fosse in linea con le aspettative sanremesi, ma comunque ce ne torniamo a casa con la soddisfazione di aver raggiunto i primi posti di questo concorso e aver ricevuto dai giurati i complimenti e l’invito di continuare sulla nostra strada, quella del puro rock”.

Erika Mineo

“Ho iniziato a cantare a 13 anni ed ho continuato a forlo i molti locali e feste di piazza. Ho partecipato ad Amici, forse nell’annata sbagliata, perché a me quel programma non ha dato molto come ha dato ad altri. Questa è la terza volta che partecipo a SanremoLab e per la seconda volta sono rientrata tra i migliori otto. Adesso come adesso non so se parteciperò alla prossima edizione, anche se il sogno di salire sul palco dell’Ariston è sempre presente. Magari proverò altre strade”.

Andrea “Giops” Giocchiani

“Data anche la mia precedente esperienza a XFactor mi sento di dire che prima bastava avere talento per avere success ora no. Era sufficiente scrivere belle canzoni, invece oggi, purtroppo, servono anche altri tipo di talento, non solo quello musicale. Ad un artista servono il talento di mettersi nella situazione giusta al momento giusto. Serve anche il talento di circondarsi di persone e addetti ai lavori che valorizzino il tuo personale talento musicale”.

Maya

“La musica è una cosa che mi far star bene. Quando canto mi sento veramente libera, non ci sono ostacoli e nessuno può impedirmi di fare quello che realmente mi piace. Per arrivare al successo credo che ci voglia prima di tutto del talento. Al secondo posto io metterei lo studio e poi tutto il resto. Però sono sicura che una persona, per riuscire nel campo della musica, deve nascere con del talento, anche se a volte non ci sono le possibilità di mostrare il proprio alle persone che contano”.

Donato Santoianni

“Il mio scopo non è la popolarità, non compongo le mie canzoni solo per raggiungere il successo. Io faccio musica solo perché ho voglia di cantare e di suonare, poi se arriverà il successo, grande o piccolo che sia, sarà indifferente. Quel che conta per me è cercare di vivere con la musica e provare ad avere la stima dei miei colleghi musicisti. Avere l’appoggio degli addetti ai lavori è fondamentale, perché senza un riscontro concreto delle tue potenzialità non sarai mai pienamente appagato, anche in presenza di un successo di pubblico”.

Riccardo Angelo Colabattista
Pubblicato su What's Up